Senti com'è che fa: bz, bzz, bzzzz, bz, - .
Non c'ho capito molto di quello che diceva. Insomma, lavavo i piatti con la finestra aperta, in campagna. Un vespone, di quelli cicciuti e fracassanti, si piomba di botto nella lattiera. S'appoggia saldamente, e inizia la discesa, senza degnarmi di un minimo bz. Avrà sete, il suo favo è in pieno sole, come fanno a riconoscersi tra vesponi con tutta quella luce, mistero. Pensavo anche se ne restasse a distanza di sicurezza. Appoggio lo scolapasta nello scolatoio, e per una frazione di secondo non lo guardo. Nel frattempo s'è bagnato una zampina.
Brutto segno, penso. Ma vabbè che è una.
E' un attimo: forse inebriato dall'odore mai bzzato, le bagna una ad una. Precipita nella lattiera. Lo salverò, penso.
Cucchiaio di legno il salvatore.
E' fracido, cazzo, come stai messo male.
Morto.
If I were a swan
I'd be gone
If I were a train
I'd be late
And if I were a good man
I'd talk with you more often than I do
If I were to sleep
I could dream
If I were afraid
I could hide
If I go insane
Please don't put your wires in my brain
If I were the moon
I'd be cool
If I were a rule
I would bend
If I were a good man
I'd understand the spaces between friends
If I were alone
I would cry
And if I were with you
I'd be home and dry
And if I go insane
Will you still let me join in with the game?
If I were a swan
I'd be gone
If I were a train
I'd be late again
If I were a good man
I'd talk with you more often than I do -------- PINK FLOYD
Buon compleanno, Polly !!!
Auguri per ogni sorriso che ti farà star bene, per ogni sogno che vorrai realizzare, per ogni speranza che ti scalderà il cuore...
Diciamoci un tempo, e pensiamo a quant'è grande la prigione dell'aver fretta. In una cella nigeriana si sta meglio.
Non è il tetto che sgocciola
Né le zanzare che ronzano
Né la cella sordida, umida
Non è la serratura che scatta
Quando il secondino ti rinchiude
Non è la razione miserabile
Indegna di bestia o uomo
Nemmeno il vuoto del giorno
Che affonda nel nulla della notte
Non è
Non è
Non è.
È la bugia martellataci
Nelle orecchie da generazioni
È la furia omicida della gente
Che esegue duri ordini disastrosi
In cambio di un pasto schifoso al giorno
Il magistrato che registra agli atti
Una condanna che sa immeritata
La rovina morale
L’insipienza mentale
La carne dei dittatori
Codardia vestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura che inzuppa i calzoni
Che non osiamo lavare
È questo
È questo
È questo
Caro amico, che trasforma il nostro mondo
Libero
In una squallida prigione.
Perché praticare le donne con totale devozione è come un sacerdozio: una prova costellata di tormenti, che stranamente procurano letizia all’adepto, come il cilicio al devoto flagellante. Chi ama la donna infatti ne adora l’incostanza, la natura imprevedibile e selvaggia.
Ne sposa l’animo volubile, e vi trova alleanze inaspettate, scoprendoci molte facce segrete.
In questa specie di kung fu sentimentale, l’animo maschile sublima in campi a lui poco congeniali. Così si arricchisce e si completa. Il libertino evoluto quindi, nella donna, trova un esercizio spirituale sacrosanto. Ha chiaro che dovrà scamparne molte per salvarsi dalla monogamia, se vorrà un giorno guadagnarsi il Cielo, tutto, anziché accontentarsi della sua “metà”.
Dal canto suo, la donna sente fortissimo il richiamo di questo apostolato. È rapita dallo strano misticismo di cui è destinataria, si sente lusingata da una missione inebriante e si offre in adorazione al devoto con l’ardore di una novizia.
Insomma, ogni asceta ha in sorte il cilicio che si merita. Solo pochi eletti sono all’altezza delle donne. Gli altri, come esercizio di catarsi, fanno tappezzeria alle feste o agriturismo negli eremi e dentro le spelonche.
La mia casa brucia, sono da sola con i due cani, devo saltare dalla finestra. Butto loro per primi, e poi salto io. Porto con me solo le poesie di Dylan Thomas e di Marina Cvetaeva.
E gli occhiali.
Ti strapperò a ogni terra, ad ogni cielo,
Perché il bosco ho per culla, e anche per tomba,
Perché su questa terra ho solo un piede,
Perchè ti canterò come nessuno.
Ti strapperò a ogni tempo, ad ogni notte,
A ogni spada, ogni vessillo d’oro,
Le chiavi butterò, scaccerò i cani,
Perché d’un cane io sono più fedele
Nella notte terrena.
Ti strapperò a chiunque – a lei, all’unica,
A nessuna andrai sposo – né io sposa,
Ti strapperò per ultimo anche a chi
– Taci! – di notte stette con Giacobbe.
Ma finché non t'incrocerò le dita
Sul petto – dannazione! – resta tuo:
Le tue due ali volte al cielo – perché
Il mondo è la tua culla – e la tua tomba!
Marina Cvetaeva, 15 agosto 1916
I am the Natural Number e I go with the flow _ |