Non c'entra quanto si era furbi, i soldi, la fortuna. Dopo quel bordo si sta come barboni, a ridere intorno all'albero della conoscenza. A contare le stelle. Coperti di rocce, col delta dei fiumi nelle mani. E ponti nelle costole.
domenica, 29 luglio 2007

UNA DELLE MIE PREFERITE.

Il racconto
Una bustina di lime tra i libri

di Carola Susani

Mi sveglio prima che faccia luce. Il piumone rosso perde penne, di qui a due mesi sarà vuoto: ti spinge fuori dal letto. Anche il caffè lo bevo freddo, me lo preparo la sera per fare prima. Non ho bisogno di conforto. Ho fretta di aprire la valigia. In casa c’è silenzio. Accendo la caldaia, le finestre diventano a poco a poco bianche di vapore. Allora rallento. Mi siedo sul tappeto in sala, me la metto davanti. Non è una valigia da viaggio, non è di stoffa o di pelle. È una gigantesca valigia di plastica dura, verde scabrosa, organica, pesante. Ha il manico e le rotelle: altrimenti come potrei portarla? Dentro la valigia c’è il mio strumento di lavoro: faccio la rappresentante di aspirapolveri. Prima che faccia giorno, apro la valigia, tiro fuori la macchina con tutti gli accessori e li guardo. Perché è bella. E commovente. La struttura è di acciaio cromato e la sacca in lino verde. Tutte le componenti metalliche hanno una forma bombata ed essenziale che gioca col Bauhaus e gli anni ’50. So anche chi è il designer, l’ho cercato in rete. Non è lo stesso che ha fatto la valigia, è ovvio. È un altro. In tutti i suoi oggetti, i vasi, le sedie di metallo, c’è questa stessa passione del moderno. C’è il lavoro di generazioni, la civiltà, la consapevolezza dei bisogni, del corpo, ma non c’è l’uguaglianza. Perché i materiali sono eccellenti, la manodopera è occidentale e ben pagata. I miei aspirapolveri sono i più costosi del mondo. Anche a rate, possono permetterseli solo le famiglie ricche. Li forniscono alle collaboratrici domestiche, che li usano al 20%. Io che saprei che cosa farci, non posso averli. Ma questo non mi dispiace. La lucidatrice è il pezzo migliore, ha la superficie cromata più ampia. Ci si riflette deformata la mia faccia, il naso mi diventa gobbuto. Al corso non ti dicono tutto, molte cose devi impararle da te. Ieri ho scoperto una piccola tasca, nascosta nel rivestimento della valigia, ci sono dentro bustine che sanno di lime. Vanno infilate dentro la sacca così mentre l’aspirapolvere pulisce, la casa diventa un agrumeto. Ma nessuno troverà mai l’informazione nei fogli d’istruzioni, perché nessuno la cercherà.

Questo lavoro l’ho trovato per caso. Mio marito era già morto da sei mesi. Aveva avuto un ictus a quarant’anni, poco prima del suo concorso di associato. Era ancora solo contrattista, senza contributi, senza pensione. Ma quello era il suo concorso, lo preparava da lustri. L’idoneità era sicura e aveva già pronta la chiamata. Non so di che cosa ha avuto paura, forse ha temuto di crollare o anche che ogni cosa andasse a posto. Ma forse erano davvero soltanto le vene rigide, il dna della sua razza. Suo padre e sua madre erano morti così, ictus e infarto a poca distanza. Con l’eredità avevamo dato l’anticipo per la casa, questa dove abito, al quartiere Trieste, con tre stanze, due bagni e balcone, pronta per i bambini. Per pagare il mutuo qualche volta avevamo bisogno di prestiti, li abbiamo chiesti agli amici, ma ormai doveva durare pochissimo.

Per un mese ho temuto che Francesco si riprendesse, che la lesione al cervello gli permettesse di mugugnare o di alzare un braccio. I dottori mi avevano detto: non speri di averlo indietro sano. Non gli mettevo musica, stavo zitta. Appena me lo permettevano posavo l’orecchio vicino alla sua bocca. Fantasticavo: se avesse emesso verbo, se si fosse mosso, gli avrei messo il cuscino sulla testa. Ma è morto.

Il funerale è stato un bel momento. Laico, per la strada, davanti alla cassa posata per terra, con gli ometti delle pompe funebri che ci guardavano come se fossimo di un’altra razza.

Chi ne aveva voglia, diceva qualcosa. Hanno parlato in tanti, studenti, professori, amici spariti e ricomparsi. Dicevano solo cose giuste. Peccato non aver registrato, sarebbe stata una bella testimonianza, ma piangevo come una vite tagliata, mentre Linda mi stringeva al petto. “Puoi fare causa all’università”, mi ha sussurrato. Abbiamo riso.

Dopo il funerale il conto era in rosso. Non avevo pensato a risparmiare sul cuscino di rose o sulla cassa. Me ne sono accorta a fine mese, perché dovevo pagare Marisol. Ho chiesto un prestito a Linda. Linda mi ha detto: stai calma. Scadeva anche la rata dei contributi, ma quella l’ho rimandata. Mi sono accorta che io non avevo niente. Francesco aveva accumulato collaborazioni su collaborazioni, era lui che manteneva la famiglia, cioè me. Ma le collaborazioni non finiscono nell’asse ereditario. Da tempo non avevo più nemmeno il postdottorato, facevo esami per respirare l’aria dell’Università, mi faceva sentire bene dire: bravo, se ne vada, molto bene, non ha capito niente. Mi piaceva seguire le tesi, individuare i passaggi dubbi con lunghi segni rossi. Per un periodo ero stata anche redattrice di una rivista, ero precisa, correggevo bene le bozze.

Linda mi ha detto: ho delle traduzioni, te le passo. È ricercatrice, ed è una buona amica. Poi mi ha chiamato il professore di Francesco. Sono sicura che è stata Linda a cercarlo per me. Mi dice: c’è da organizzare una giornata di studi. Mi avrebbero dato i soldi a ottobre, con tutto il compenso ci pagavo appena il mutuo una volta. Naturalmente ho detto sì. Mi sono attaccata al telefono, ho tormentato tutto il mio indirizzario, ma le collaborazioni che trovavo erano cose piccole, non mi impedivano di continuare ad andare sotto. Ho smesso di pagare Marisol. Lei ha cominciato a venire quando le pareva, ma veniva, con ostinazione, stava meno di due ore, passava la pezza sul fornello e se ne andava. Ci ha messo quattro mesi prima di dirmi: Signora, mi spiace tanto, me ne vado. Non le ho pagato la liquidazione, ma non mi ha ancora intentato una causa. Il problema più grosso però era il mutuo. Ho chiesto a mia madre di trasferirsi da me e di affittare casa dei Giochi Delfici, ma lei sembrava Francesca Bertini: “No, così mi uccidi. Milla”, cioè Camilla, “non ti preoccupare, ogni mese ti darò dei soldi”. Solo che io ogni mese già le dimezzavo la pensione di nascosto approfittando della doppia firma.

È stato allora che mi è arrivata la telefonata, una vocetta femminile frizzante mi ha chiesto se qualcuno in casa soffrisse d’asma. Veramente no. “Passo da casa sua”, fa, “e le igienizzo il divano e il materasso”. Ne avrebbero avuto bisogno. Il suo tono artefatto mi ha messo allegria, avrei voluto fare amicizia, forse per quello le ho detto imitando il tono: “Ho sentito belle cose della sua ditta, mi piacerebbe lavorare con voi. Quanto prende di commissioni, com’è il contratto?” “Ma non lavora all’università?” “E chi gliel’ha detto?” “La sua amica”, mi ha fatto un nome che non mi ricordavo affatto. “Le regalo metà del mio indirizzario”, le ho promesso, “se mi spiega tutto”. Ci siamo fatte simpatia.

La prima dimostrazione l’ho fatta a casa del professore di Francesco. È stata una telefonata piena di imbarazzo, ma non mi ha negato l’appuntamento. Lui e la moglie tenevano gli occhi da un’altra parte, mentre gli magnificavo lo strumento. Spiegavo con cura, con la voce leggermente isterica, in falsetto, la filosofia che ne aveva informato la costruzione, criteri, punti di forza, design, materiali, praticità, solidità e leggerezza. Mi stavano davanti, somigliavano a due levrieri afgani, spalle e occhi bassi, mentre gli pulivo e lucidavo una porzione del salotto. Il marmo lavato con il mio getto diventava bianco accecante svelando com’era pulito male tutto il resto, sciatto. Non era colpa loro, neanche della domestica, solo dei loro strumenti poco adatti, ma se ne vergognavano. Avrei voluto confortarli. Mi seguivano lenti, mentre attraversavo la casa con il battitappeto e con un gesto netto spostavo lenzuola e coperte dal materasso. All’inizio provavo ripugnanza per la sporcizia negli angoli, la quantità di acari che si annida nelle case impeccabili, nei tappeti, le macchie di caffè caduto che la domestica non ha mai scoperto. Pulivo tutto, ma dovevo mettermi i guanti. Adesso è diverso, non mi impressiona niente, è come se mi proteggesse il tono, la sicurezza del passo, la performance, mi piace pensare che somiglio ogni giorno di più alla mia macchina, metallica, lucente: bella. Sapevo già che avevano deciso di comprarlo, onestamente, non perché volessero liberarsi di me, pensavano solo che fosse giusto aiutarmi. Quando gli ho fatto la cifra di 6.000 euro hanno deglutito entrambi. Ma io ho sorriso e ho spiegato loro con calma le numerose forme di finanziamento. Hanno scelto una rata di 100 euro mensili, la cifra di un buon contratto rateale Einaudi.

Adesso ho preso coraggio, non igienizzo più solo le case che conosco. Il mio indirizzario è cresciuto. Non sono male, spesso mi danno retta. Ma anche quando proprio non ci riesco e i clienti fanno scene turche per convincermi che non hanno 50 euro da sottrarre allo stipendio, non me la prendo, nascondo una bustina di lime tra i libri o sotto il materasso per buon augurio.

(www.rassegna.it, aprile 2005)

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giovedì, 26 luglio 2007

LO SGABUZZINO - favola arguta -

di GABRIELE LINARI .

 
Divenuta invivibile l’aria dell’appartamento decisero all’unanimità di chiudersi nello sgabuzzino. L’aria caldiccia instabile dell’estate, il freddo insinuante dell’inverno, i quadri appesi solo per coprire vilmente la vuota parete, i libri mai letti, la Tv accesa ventiquattr’ore su ventiquattro: tutto di quell’appartamento li disgustava. Pensarono che un solo luogo potesse fare al caso loro: lo sgabuzzino. Così, lentamente, vi si stiparono dentro. Il primo vi entrò per la nausea che aveva degli altri, mal sopportando i convenevoli, i sorrisi, il profumo nauseabondo del sapone per pavimenti e, soprattutto, l’impossibilità di condividere con gli altri presenti la necessità di sostituire quadri, leggere libri abbandonati, spegnere la Tv. A lui apparve chiaro che nello sgabuzzino si respirava un’aria nuova... o meglio: l’aria era vecchia, vecchia di decenni e vecchia di cose vecchie e ormai perdute... ma libera. Quindi Primo (lo chiameremo così) entrato nello stanzino buio, inspirò fieramente il vuoto d’acaro morto, tossì e ne rise. Cos’era quel tossire se non il primo segno di un nuovo linguaggio? Dunque reiterò. In breve il suo tossire, da esigenza fisica di spurgo, divenne proposta, enunciato, affermazione, protesta estetica, arte. Apparve subito chiaro che una nuova era si apriva tossendo nello sgabuzzino.

Poi fu il turno di Secondo che vi finì - almeno così fece intendere - per cercare un oggetto di cui aveva ormai perduto le tracce: il corpo. Magari la domestica lo aveva ritrovato in una delle stanze del profumatissimo appartamento, adagiato come cosa molle su un letto o immobile al centro della sala. Giunto all’entrata del piccolo ripostiglio girò la maniglia e aprì cauto la porta: una nuvola di polvere e puzze lo aggredì, sorretta dal freddo dei luoghi abbandonati, accompagnata da una salva di colpi di tosse. Per sottrarsi all’improvvisa ondata agitò violentemente le braccia, fece uno scatto indietro col busto, voltò la testa, piegò le gambe: aveva ritrovato il suo corpo! Era dunque lì, nello sgabuzzino, da chissà quanto tempo, eureka! Sia a Primo che a Secondo fu inevitabile gridare per la gioia d’essersi ritrovati in quello stanzino. Il grido fu udito

da Terzo e da Quarto e da tutti gli altri inquilini dell’appartamento, che accorsero per vedere cosa stesse succedendo. Alcuni si strinsero nelle spalle biascicando sbrigativi: “Sono solo due che tossiscono nello sgabuzzino”. Altri furono presi da una sorta di furore e vollero entrare nello stretto ripostiglio.

In breve lo sgabuzzino fu pieno. L’attenzione che aveva ricevuto da un giorno all’altro era straordinaria, inattesa e paradigmatica. “Il simbolo di una nuova era”, trionfò qualcuno. “Il segno di un’insofferenza”, fu aggiunto. Tutti furono concordi nel constatare che quella dello sgabuzzino era una corrente, che avrebbe presto trascinato via tutti dall’improfumato appartamento.

E così fu. Per qualche giorno. Giunsero nuovi adepti tossendo, gesticolando, gettando piccoli gridi, ruttando o parlando nuove lingue: ognuno diede il suo contributo.

Ma venne il giorno che l’aria si fece irrespirabile. Alcuni tornarono nell’appartamento ma nuovi inquilini si riversarono nello sgabuzzino di nuovo tossendo, gridando, ruttando. Basta! Non si poteva andare avanti! Tanto più che fuori, nell’appartamento, le cose non erano punto cambiate, anzi: per l’orrendo chiasso dello stanzino, fuori lustrarono maggiormente i pavimenti, raddrizzarono i quadri, alzarono il volume della Tv. E quando finiva loro il detersivo? Correvano ad attingere nello sgabuzzino giacché qui erano riposti flaconi e flaconi di sapone per pavimenti, erano accatastate copie dei quadri e le batterie per il telecomando del televisore. L’appartamento dunque seguitava a sclerotizzarsi. Lo sgabuzzino era, invece, sul punto di esplodere. Si pensò di costruire nuovi sgabuzzini ma anch’essi si riempirono velocemente.

Fu questo che apparve ai miei occhi quando misi piede nella casa: esistevano, in pratica, due appartamenti, uno fatto di stanze ampie e profumate, l’altro di sgabuzzini angusti. Ma la scelta era tutt’altro che ovvia. Per accedere all’appartamento, infatti, mi si disse che dovevo aspettare, indossare ridicole mappine per non rigare i pavimenti, sorridere, rispettare i quadri, guardare la Tv. L’ingresso negli sgabuzzini si era fatto, invece, impossibile dal punto di vista economico. I proprietari chiedevano un contributo eccessivo per ammortizzare gli alti costi della costruzione degli stanzini stessi.

Nell’appartamento sarei morto di noia a vedere le stesse facce (in pochi vi abitavano), sarei impazzito per quei quadri, per l’assurdo ciarlare della Tv. Negli sgabuzzini le facce le avrei avute addosso: in quei ripostigli non si possono, ormai, più muovere nemmeno le braccia ed è impossibile aiutarsi.

Che fare? Rimasi lì, sul pianerottolo. Osservavo i servi passare la cera, vedevo i quadri e sentivo, in lontananza, l’ormai stanco tossire degli sgabuzzini. Mi sedetti davanti alla porta e sospirai. L’eco del mio sospiro attraverso la tromba delle scale, giunse fino al portone d’ingresso e tornò su, fino alla porta dell’appartamento entrando nel corridoio. I servi si fermarono. Le porte dello sgabuzzino si socchiusero. Tutti già pensavano di poter venire nel pianerottolo a sospirare, lo leggevo nei loro occhi: mai mi avrebbero accolto nell’appartamento, ma in qualsiasi momento si sarebbero trasferiti sulle scale, a fare quello che già facevano altrove.

Dunque tacqui e uscii in strada. Nel bar di fronte una bellissima cameriera mi servì un cappuccino caldo. Potevo vedere la luce fioca dell’appartamento e l’ombra dei servi fare su e giù serenamente. Una voce interruppe i miei pensieri: “Guardi l'appartamento?”. Anche la graziosa cameriera guardava fisso la finestra. “Un giorno ci entrerò sai? Lavoro qui per pagarmi l’ingresso allo sgabuzzino... da lì si arriva all’appartamento”. Non mi sentii di smentirla. Lasciai una bella mancia: chissà che un giorno a lei non venga più facile di sospirare sulle scale. Mi chiusi nel cappotto e presi a camminare. Non sapevo dove andare ma camminavo. La gente mi passava attraverso. Nessuno parlava dell’appartamento... né dello sgabuzzino. 
 
 

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domenica, 22 luglio 2007

Le sedi dei fuori sede...

Mai fidarsi della prima impressione, quando si cerca  casa.

Bisogna valutare per benino, e non solo l'esposizione, la luminosità, che abbia l'ascensore e i rubinetti, che non gocciolino di notte.

Si rischia, date retta.

Io, per esempio, ho scoperto per caso che l'appartamento che dividevo da un anno con Valeria, era citato in un libro di criminologia. Immaginate una casa dai soffitti alti, il doppio del normale. Fate che, più o meno dove ci sarebbe andato un soffitto, in corrispondenza di ogni stanza, ci sia una porta, e che a ogni porta corrisponda una stanza sospesa. Un corridoio inquietante, con queste doppie porte, una in basso, l'altra in alto. Ecco.

Ce n'era una in particolare che mi dava ansia, tutta a vetri. Una volta avevo anche provato a salirci, con una scala. Negli anni cinquanta venne organizzata una festa che durò diversi giorni, fino a una mattina, in cui una vicina di casa, vincendo le resistenze del marito, chiamò i pompieri, perchè la puzza che veniva da sotto quell'uscio era trmenda. In quella stanza, due dei figli avevano sgozzato padre, madre e fratello, e, coi cadaveri sulla testa, bevevano vino e corteggiavano ragazze.

Da quel momento, io e Valeria abbiamo dormito con radio e luce accese, porta della stanza chiusa a chiave e coltello del pane sotto il cuscino...

colonna sonora:

System, In flames. http://it.youtube.com/watch?v=rZjWB6H8kkI

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mercoledì, 18 luglio 2007

DA NEMICO IO TI SFIDO.

Dylan Thomas, più di ogni altro poeta, rende il senso del completo affidarsi al rapporto amicale, senza rete, più che in amore. E la rabbia del tradimento è ancora più terribile.

Amico, da nemico io ti sfido.

Tu con monete false nelle borse degli occhi, tu amico mio dall'aria accattivante, che mi appioppasti la menzogna mentre spiavi bronzeo i miei più gelosi pensieri, che mi allettasti con luccicanti pezzi d'occhio, finchè il dente geloso del mio affetto trovò il duro, e scricchiolò, e io inciampai, e ciucciai, tu che evoco a stare come un ladro nella memoria, moltiplicato da specchi, in sorridente inobliabile atto, mano lesta, nel guanto di velluto, e un mantello sopra il mio cuore, eri una volta una tale creatura, un così allegro, spassionato compagno, che non avresti mai detto, nè creduto, mentre una verità spostavi nell'aria, che, sebbene li amassi per i loro difetti, quanto pei loro pregi, i miei amici non erano che nemici su trampoli, con la testa in una nuvola d'astuzia.

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lunedì, 09 luglio 2007

VETRINA SPLINDER...

Una preghiera per tutti gli scrittori ed esordienti contattati negli scorsi mesi: ad ottobre si dovrebbe andare in stampa, quindi attendo le vostre opere entro la fine di agosto, non oltre. Per qualsiasi chiarimento sulla stesura e sulle modalità, sono a vostra disposizione.

postato da pollymagoo alle ore 18:03 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
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Chi sono

Utente: pollymagoo
Un po' Pollyanna, un po' Mr. Magoo, sempre alla ricerca, non sempre fruttuosa, di qualcosa o di qualcuno. Comunista per definizione e per nascita troppo intelligente per essere felice. Ute Lemper "Le grand Lustucru" : <img src="noflash.gif" width="17" height="17" alt="" />


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