Non c'entra quanto si era furbi, i soldi, la fortuna. Dopo quel bordo si sta come barboni, a ridere intorno all'albero della conoscenza. A contare le stelle. Coperti di rocce, col delta dei fiumi nelle mani. E ponti nelle costole.
mercoledì, 25 giugno 2008

Me recuerdo Fabrizia.

     Si può morire così, per un malore in mare?

La scrittrice e compagna Fabrizia Ramondino ha lasciato questa terra.

E io non mi dò pace.

Se è morta in mare, Fabrizia Ramondino è morta a casa sua
(Maria Vittoria Vittori, "Liberazione", 25 giugno 2008)
 


Se è morta in mare, Fabrizia Ramondino è morta a casa sua. È stata, è una grande scrittrice di mare, di viaggi e di isole perché la dimensione dell'andar per mare, dell'avventura, dell'approdo a nuove terre - che non risponde solo a una profonda esigenza interiore, ma è anche sostanziata di ragioni civili e sociali - le appartiene completamente.
Nel tracciato della sua vita e delle sue opere è possibile delineare un itinerario che passa attraverso le isole reali e metaforiche che più di ogni altro territorio le sono state care. È in un'isola particolare, quella di Ventotene - che aggiunge ai diversi strati simbolici che le spettano in quanto isola altri, non meno significativi, riferimenti storici per essere stata nel ventennio fascista luogo di confino - che Fabrizia Ramondino, arrivata a sessant'anni, decide di dare appuntamento ad una nutrita schiera di fantasmi a lei familiari: i fantasmi di coloro che sono stati confinati, come Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Sandro Pertini; degli scrittori che sente più vicini: da Shakespeare a Pasolini, da Elsa Morante a Ernst Bloch, autore di Lo spirito dell'utopia , alimento del pensiero e dell'etica; e le sue privatissime ombre, alimento della sua irrequieta sensibilità. Nell'isola la scrittrice è approdata d'inverno, fuori stagione, per una vacanza di tipo particolare: non nell'accezione corrente di tempo affollato di superfluo, ma in quella etimologica di tempo liberato dal superfluo. Emerge da subito la forza salvifica attribuita al mare, in quanto garanzia di libertà; il respiro del mare è presenza costante anche nei suoi sogni di cui lei stessa ha offerto una lettura interpretativa in Il libro dei sogni (L'Ancora del Mediterraneo, 2002).
Nel mare che la circonda e nell'isola di Ventotene, al centro dell' Isola riflessa (Einaudi, 1998) si concentrano e si riflettono tutte le acque e le isole solcate dalla scrittrice. A partire dall'isola di Maiorca, in cui la famiglia Ramondino si trasferì nel 1937 - quando Fabrizia, nata a Napoli, aveva solo un anno - al seguito del padre che era stato nominato console. Del luogo in cui viveva, Son Batle, ci ha raccontato in Storie di patio (Einaudi, 1983) i realistici abitanti e le incantate atmosfere. E in uno dei testi più belli che compongono la raccolta In viaggio (Einaudi, 1995) ha confessato che quell'isola, come Procida per l'Arturo morantiano «è sempre stata, nonostante le esperienze tragiche di ogni infanzia, il paradiso perduto».
In questo ambito di riferimenti, una predilezione particolare è accordata ai pirati amati fin da adolescente quando, tornata in Italia, nella penisola sorrentina, inizia a leggere Salgari. «I pirati della Tortuga diventarono i nostri idoli e la nostra Tortuga era di fronte, l'isola di Capri». Perché proprio i pirati? «Erano dei senza patria, come noi stessi». Il desiderio di identificazione con queste figure al di fuori di ogni appartenenza più volte ritorna nella scrittura dell'autrice e alimenta una poesia particolarmente intensa composta nel 1982, "Forse": «avrò/come segno di riconoscimento/un occhio bendato di nero/per guardare in fondo al mio desiderio» ( Per un sentiero chiaro , Einaudi, 2004). "Pirata" è il massimo dei riconoscimenti; Jorge Semprún, autore di Quel beau dimanche! , libro che racconta l'esperienza di internato a Buchenwald e che Fabrizia sta leggendo a Ventotene, viene definito «l'uomo più pirata che conosca». Ma anche lei è stata navigatrice e pirata in proprio: prima di tutto nei suoi libri, a partire da Althènopis (Einaudi, 1981) fino a La via che è uscito proprio nel giorno della sua morte.
Le sue sono storie che si inoltrano in controverse realtà politico-sociali - nel movimento dei disoccupati organizzati, nei quartieri più diseredati di Napoli, nella lotta di liberazione per il Saharawi - e nell'interiorità di creature marginali con sguardo libero e anticonvenzionale, con un'inconfondibile scrittura che, pur attenta alle dimensioni della realtà, sa affidarsi al segreto respiro dell'intuizione. Il viaggio è la sua condizione esistenziale - ha viaggiato ovunque, e con ogni mezzo - e certo non appartiene alla schiera delle Penelopi: è una Ulisse per vocazione e per scelta. E il riferimento non è casuale: raccontando in "Incontri" il suo ritorno a Son Batle si accorge che la sua percezione del tempo è affine a quella che poteva avere l'eroe greco tornando nella sua isola. Ma le isole che lei ha toccato nei suoi viaggi solo in piccola parte sono reali come le mediterranee isole di Maiorca, di Ponza, di Ventotene, di Lipari, di Stromboli, l'isola francese di Sainte Marguerite, più volte ricorrenti nelle sue opere; in gran parte sono isole metaforiche: un giardino odoroso, una stanza inaccessibile, una torre diroccata, un profumo di vaniglia; qualunque talismano può essere un'isola come dimostrano gli splendidi racconti di Arcangelo (Einaudi, 2005). E tra queste troviamo la più allegorica di tutte: l'irrinunciabile isola di Utopia «per raggiungerla - scrive nell' Isola riflessa . ho usato imbarcazioni di fortuna, di ogni epoca e forma e mole, dai nomi più disparati» e il lungo elenco va da Simone Weil a Danilo Dolci, da Rosa Luxemburg a Don Milani, da Antonio Gramsci a Jan Palak. L'insanabile contraddizione risiede proprio in questo nodo: non si può approdare nell'isola di Utopia ma senza il viaggio nella sua direzione non vale la pena vivere. E non è certo un caso che il libro che raccoglie le esperienze pedagogiche compiute tra il 1960 e il 1966, nell'ambito della fondazione Associazione Risveglio Napoli, con i bambini dei quartieri più poveri s'intitoli l' Isola dei bambini (e/o, 1998) e porti in epigrafe una citazione omerica su Itaca.
A ben guardare, si può rintracciare nell'Isola riflessa un altro territorio importante: un quadernetto dall'aspetto modesto e antiquato in cui hanno preso forma le annotazioni e le intuizioni originarie. «La mia piccola isola» lo chiama la scrittrice. Cosicché, attraverso il gioco degli innumerevoli riflessi innescati da un luogo così particolare come Ventotene, la cui costellazione di simboli e di significati profondamente ambivalenti non sarà mai completamente attingibile, la figurazione dell'isola finisce per diventare la sigla stessa della sua sofferta interiorità di donna e di artista
.

C'è un senso "naturale" nell'impovvisa morte
di Fabrizia Ramondino
(Roberta Ronconi, "Liberazione", 25 giugno 2008)



C'è un senso "naturale" nell'improvvisa morte di Fabrizia Ramondino. Che l'abbia presa con sé il mare invece che la vecchiaia o una malattia è uno di quei segni forti di cui il destino riempie le nostre esistenze, se siamo disposti a coglierli e ad accettarli. Il mare ha bagnato tutta la sua vita, da quando piccolissima lo attraversò per la prima volta con madre, padre, fratello e sorellina appena natCCCa per raggiungere Majorca, dove il padre diplomatico monarchico si rifugiò durante la guerra di Spagna. E fu ancora il mare a farle conoscere per la prima volta l'Italia e la sua lingua, a lei nata in Svizzera. Aveva otto anni, infatti, quando a Tangeri - con il padre appena arrestato dagli inglesi - Fabrizia si imbarcò con la mamma questa volta verso Taranto, alla ricerca di non ricordo quali parenti da cui rifugiarsi. Su quella nave sentì per la prima volta parlare italiano dai marinai, con i quali fece subito amicizia. «Più che italiano parlavano uno strano dialetto - mi raccontò una volta - che allora non ero certo in grado di riconoscere. Era napoletano. A quella gente mi affezionai subito. Mia mamma soffriva del viaggio e degli avvenimenti famigliari e se ne stava tutto il giorno chiusa in cabina coperta di pezze imbevute d'aceto. Io ero libera di correre, di giocare, di andare nelle cucine e sui ponti. Venivo da una condizione familiare scandita dalle formalità e tra quei ragazzi allegri e caciaroni mi sentivo finalmente felice». Da Taranto a Napoli, ospiti della sorella della madre. Ma l'eruzione del Vesuvio del '44 e i bombardamenti tedeschi costrinsero mamma e figli a cambiare di nuovo dimora, questa volta sulla penisola sorrentina, dove rimaranno per qualche anno. Sono gli anni raccontati in Guerra d'infanzia e di Spagna , quelli in cui, nonostante le vicissitudini, Fabrizia inizia ad amare il suo sud, le amicizie con i figli dei contadini e dei pescatori che la prendevano in giro per quel suo accento spagnolo che la pesante parlata sorrentina ancora non aveva scalfito. Solo questione di tempo.
Da allora, a parte le pause per gli studi superiori tra Francia e Germania, quel sud diventa per scelta la sua casa, la terra dove tornare. E' lì, di nuovo a Napoli, che si rifugia poco più che ventenne («malata di testa, si diceva una volta», mi raccontava ancora) e dove, per superare le durezze di una vita breve ma appesantita da tristi esperienze, si getta a capofitto nella vita sociale e politica, con la sua Associazione per il risveglio di Napoli. Prima la scuola per i ragazzini dei vicoli («per non farli diventare dei fetienti»), poi l'esperienza con l'Aied per insegnare l'autoconsapevolezza alle donne del sud e l'uso del diaframma, quindi l'attività a fianco dei braccianti con il Centro di coordinamento campano. E' un susseguirsi negli anni di battaglie in nome e al fianco di quel popolo di disgraziati meridionali che le avevano regalato la gioia di vivere.
Dalla Campania Fabrizia a volte si è distaccata, ma solo per andare ancora più a sud, come quando partì assieme all'amico Mario Martone per il deserto della Sahara, vicino a quel popolo Saharawi che alla scrittrice lasciò un segno profondo («così simile, la loro desolazione, a quella dei vicoli di Napoli), tanto da farla battagliare ultimamente con il comune di Formia per creare una colonia estiva per i piccoli Saharawi («non sarà una soluzione, ma almeno per due mesi loro stanno bene, fanno mare e vengono controllati dai medici»).
Da quindici anni Fabrizia viveva a Itri, dove ci siamo conosciute. Un paese dell'entroterra laziale che un tempo era Campania, e che lei aveva scelto come ultima casa perché campano, appunto, nelle origini, ma meno caotico e assordante di Napoli, con i monti Aurunci che lei vedeva dalle sue finestre e la striscia di mare, sempre, poco più distante. A Itri, Fabrizia aveva ritrovato equilibri e dimensioni adatti alla sua vita e alla sua scrittura. A Itri la raggiungevano spesso la figlia Livia con i nipotini Elia e Pablo, si ritrovava con i fratelli Giancarlo e Annalisa, con i tanti amici intorno alle immense tavolate estive piene di cibo, chiacchiere di città e sigarette. In quelle notti stellate l'ho vista ridere e scherzare, lei sempre piuttosto schiva, di fondo timida. Un piccolo consesso di "rifugiati dal caos" di cui facevano parte l'amico di sempre Enrico Pugliese e la compagna Siegrid, il pittore Normanno Soscia, gli amici tedeschi Paul e Halmutt, Ilvo e Annalisa, Bianca e Luciano Doddoli e tanti altri.
Il mare era sempre lì, affacciato all'orizzonte. Per goderselo, questa estate Fabrizia aveva affittato una casetta davanti alla spiaggia di Sant'Agostino dove scrivere e, nelle pause, fare lunghi bagni. Lunedì pomeriggio un flutto caldo d'acqua salata ha dato l'ultima carezza al suo cuore
.

 

 

http://www.bol.it/libri/ricerca;jsessionid=A8A9F65964DC9FE53A10DA4AB639B6F7?crc=100&tpr=30&sort=7&titolo=Fabrizia%20Ramondino&tpn=AU&codPers=0000905

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martedì, 24 giugno 2008

CYBERSOVIET: la vetrinizzazione.

Un passaggio dall'introduzione di "CYBERSOVIET-UTOPIE POSTDEMOCRATICHE E NUOVI MEDIA" di CARLO FORMENTI, edito da Raffaello Cortina, a mio avviso particolarmente illuminante.


Partendo dal principio di “trasparenza asimmetrica” - l’ideale democratico che vorrebbe poter controllare l’agire dei governanti come se costoro operassero in una “casa di vetro”, mentre rivendica per i governati il diritto alla privacy -, il capitolo mette in luce come l’avvento dei media digitali non abbia affatto assicurato il trionfo di tale principio. Se è vero che questi ultimi hanno innescato una crescita generale dei livelli di trasparenza sociale, è infatti altrettanto vero che sono stati soprattutto i cittadini/consumatori a farne le spese, visto che il potere politico ed economico sa oggi infinitamente più cose su di loro di quante essi non ne sappiano sui potenti. Il capitolo dedica quindi ampio spazio a quei processi di “vetrinizzazione” che vedono gli utenti/consumatori impegnati in una corsa inarrestabile alla autoesibizione. In particolare, vengono esaminate una serie di ricerche empiriche (quantitative e qualitative) sul fenomeno dei weblog, dalle quali emerge come, per la grande maggioranza dei blogger, le finalità di espressione personale e gestione della propria immagine prevalgano sulle velleità di controinformazione. Analizzando criticamente una ricerca (Di Fraia e altri, 2007) etnologica sulla blogosfera italiana, il capitolo torna quindi ad affrontare il tema del rapporto fra sfera pubblica e sfera privata, mettendo in luce il rischio della riduzione della sfera pubblica a sommatoria delle conversazioni private, ciò che ne indebolirebbe drasticamente la capacità di influire sul sistema politico e sullo stesso sistema mediatico.

          MENO CHAT, PIU' PENSIERO = POTERE.

                 POTERE AL SILENZIO


                   NOTES TO THE FUTURE - PATTI SMITH -

Listen my children and you shall hear
The sound of your own steps
The sound of your hereafter
Memory awaits and turns to greet you
Draping its banner across your wrists
Wake up arms
Delicate feet
For as one to march the streets

Each alone, each part of another
Your steps shall ring
Shall raise the cloud
And they that will hear will hear
Will hear voice of the one
And the one and the one
As it has never been uttered before

For something greater yet to come
Then the hour of the prophets
And their great cities

For the people of Ninevah
Fell to their knees
Heeding the cry of Jonah
United
Covering themselves in sackcloth and ashes
And called to their god

And all their hearts were as one heart.
And all their voices were as one voice.

God heard them and his mind was moved.

Yet something greater will come to pass.
And who will call?
And what will they call?
Will they call to God?
The air?
The fowl?

It will not matter, if the call is true.
They shall call and this is known.
One voice and each another
Shall enter the dead, the living flower,
Enter forms that we know not.
To be felt by sea,
By air,
By earth
And shall be an elemental pledge.

This is our birthright.
This is our charge.
And we have given over to others.
And they have
not
done
well

And the forests mourn.
The leaves fall.

Swaddling babes watch and wonder
As the fathers of our spirit nations
Dance in the street in celebration
As the mountains turn pale from
Their nuclear hand
And they have
not
done
well

Now my children
You must overturn the tables
Deliver the future from material rule
For only one rule should be considered

The eleventh commandment
To love one another
And this is our covenant across your wrist

This offering is yours
To adorn, adore
To bury
To burn
Upon a mound

To hail
To set away

It is merely a cloth,
Merely our colors,
Invested with the blood of the people
All their hopes and dreams.

Our flag
It has its excellence
Yet it is nothing
It shall not be a tyranny above us

Nor should god
Nor love
Nor nature

Yet we hold as our pleasure this tender honor
That we acknowledge the individual
And the common ground formed

And if our cloth be raised and lowered
Half mast
What does it tell us?

That an individual has passed
Is saluted
And mourned by his countrymen.

This ritual extends to us all.
For we are all the individual.

No unknown.
No insignificant one
Nor insignificant labor
Nor insignificant act of charity

Each has a story to be told and retold
Which shall be a glowing thread
In the fabric of Man

And the children shall march
And bring the colors forward
Investing within them

The redeeming blood
Of their revolutionary hearts.


http://myspacetv.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoid=6304530
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sabato, 21 giugno 2008

TIME OF SUMMERTIME.

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mercoledì, 18 giugno 2008

FORMIDABILI QUEGLI ANNI.

 

http://it.youtube.com/watch?v=qbhxy-A22aQ&feature=related

 

Il miele selvatico sa di libertà ,
la polvere del raggio di sole ,
la bocca verginale di viola ,
e l'oro di nulla.
La reseda sa d'acqua ,
e l'amore di mela ,
ma noi abbiamo appreso per sempre
che il sangue sa solo di sangue…

Invano il procuratore romano ,
tra gridi sinistri della plebe ,
lavò davanti al popolo le mani ,
e invano la regina di Scozia
tergeva da rossi schizzi
le palme affusolate , nell'afosa
oscurità del palazzo reale…

Anna Achmatova


postato da pollymagoo alle ore 10:41 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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lunedì, 16 giugno 2008

Tinto tu ta ritinto il tetto

ma nn t'intendi di tetti ritinti!

o tito!!!!!!! o tinto????

C'è un momento critico, nelle pareti di un appartamento cittadino: quello in cui, dopo l'ennesimo tentativo con panno di daino e varechina hard di arginare la maledetta condensa, puoi decidere se soccombere al puntinismo fungino o dare forfait, e inviare un SOS all'unico che può garantire salvezza contro la turpe avanzata: l'onesto imbianchino Maurizio. Dopo averlo convinto che becco d'oca è un bel colore e rassicuratolo che qualora, data l'intensità, la possibilità che il risultato delle sue fatiche potessero essere pareti pezzate faceva comunque parte di una mia totale assunzione di rischio, l'ho visto all'opera. Procedeva per riquadri, pennellate prima tutte in giù, e poi tutte in su. Due mani di colore, e nessuna chiazza. Io non ne sono capace neanche con semplice olio su tela, o tempera su cartoncino. Nessuna minima macchiolina, neanche vicino ai termosifoni...Ma è diventato il mio mito totale quando l'ho beccato a cantare: "Ehi Giù...Ehi Giù...Ehi Giù...Ehi Giù..." e così via, all'infinito.

Che glielo potevo pure dire che Giù era Jude e che almeno la prima strofa faceva:

don't make it bad
Take a sad song and make it better
Remember to let her into your heart
Then you can start to make it better

ma poi così prima o poi sarebbe finita. E l'interpretazione ne avrebbe di certo risentito.

Invece andava avanti come un disco rotto, senze incertezze e tutto orgoglioso della sua esterofilia   

"Ehi Giù...Ehi Giù...Ehi Giù"

postato da pollymagoo alle ore 17:10 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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Chi sono

Utente: pollymagoo
Un po' Pollyanna, un po' Mr. Magoo, sempre alla ricerca, non sempre fruttuosa, di qualcosa o di qualcuno. Comunista per definizione e per nascita troppo intelligente per essere felice. Ute Lemper "Le grand Lustucru" : <img src="noflash.gif" width="17" height="17" alt="" />


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